La pandemia ha innescato una sorta di corsa al vaccino che costituisce il mezzo più idoneo per contrastare malattie di tipo epidemico; tuttavia, se la durata dell’immunità si dovesse rivelare troppo breve ciò implicherebbe problemi rilevanti per gestire le operazioni di vaccinazione. Allo stato attuale, in occidente si è optato per vaccini non tradizionali come gli mRna p quelli basati su adenovirus che, al momento, hanno ricevuto l’approvazione provvisoria delle autorità regolatorie dei paesi che li hanno adottati. I dati disponibili sono ancora insufficienti per valutare in via definitiva sia il profilo di rischio sia l’efficacia dei diversi prodotti, ancorché non si segnalino neppure effetti avversi gravi.

 

 

Una panoramica sull’epidemia

 

Chi abbia un minimo di conoscenza in campo della statistica medica sa che l’indice di riproduzione al tempo zero di un’epidemia rappresenta il numero di soggetti secondari che, in media, un nodo primario è in grado di infettare, senza che venga intrapresa alcuna azione da parte della popolazione colpita. Tale indicatore, come abbiamo già avuto modo di illustrare in questo blog, dipende da una serie di fattori: la durata media del periodo di infettività dei malati, la probabilità di contatto con un soggetto infetto e il numero di soggetti suscettibili (che non hanno anticorpi specifici) all’infezione in circolazione.

Il modello deterministico più semplice, che risolve in modo dinamico con un sistema di equazioni differenziali l’evoluzione dell’epidemia, è il cosiddetto SIR, dove la R sta per recovered. In esso si postula che un soggetto infettato sia poi immune al virus per tutta la vita o, quanto meno, per un periodo molto lungo di tempo. Ovviamente non è sempre così: a volte capita che il soggetto guarito si possa ammalare di nuovo nell’immediato oppure che la sua memoria immunitaria verso quel particolare agente eziologico sia piuttosto breve. In questo caso, gli equilibri più probabili sono quelli secondo i quali l’infezione divenga endogena all’interno dell’area analizzata (paese, regione, etc.)

vaccino dati scientificiNel caso in cui si sia nelle ipotesi del SIR, distanziamento, presidi che impediscono la trasmissione e l’assorbimento di droplets sono l’unica arma disponibile qualora non esista alcuna terapia farmacologia oppure un vaccino. Quest’ultimo, in particolare, riduce drasticamente il numero di suscettibili in circolazione e rende meno probabile il contatto tra infetti e soggetti che potrebbero ancora contrarre la malattia. Riducendo tale numero, precipitano così anche i casi attesi secondo un meccanismo probabilistico che al crescere degli immuni avvantaggia anche coloro che non sono tali (suscettibili residui). Tale meccanismo è noto in letteratura come herd effect.

Ovviamente sono possibili anche altre strade al contrasto del virus: cure in grado di bloccare gli effetti letali del sistema virus-organismo, organismo che può essere soggetto a processi infiammatori molto gravi o a lesioni di apparati vitali, impedendo, per esempio, la normale fisiologia respiratoria. Nel caso si trovasse un protocollo terapeutico con un altissimo livello di efficacia, allora la malattia cesserebbe di creare terrore.

 

La scelta del vaccino quale arma privilegiata di contrasto

 

Da quanto si nota, sembra che si sia puntato tutto sulla scelta del vaccino, ma questa politica, a sua volta, pare nascondere qualcosa di molto simile alla corsa alla Luna di fine anni Sessanta. Insomma, una sorta di prova di forza scientifica tra occidente e il resto delle potenze di questo mondo multipolare.

Tuttavia, se Russia e Cina hanno puntato alla produzione di vaccini tradizionali basati sulla coltivazione e l’inattivazione del virus, il mondo occidentale ha spinto verso forme alternative come i vaccini mRna e quelli basati sugli adenovirus. I primi, in particolare, sono sempre “abortiti” in fase di trial clinici sino alla fine del 2020 (citiamo qui solo a titolo esemplificativo il caso del vaccino contro la rabbia) perché in grado di provocare effetti collaterali piuttosto gravi. Dei secondi esiste probabilmente un solo esemplare sul mercato (contro la tubercolosi) che non offre, tuttavia, performance spettacolari.

dati-validità-vaccino-pamdemiaIn questa corsa al vaccino, ci si è spinti ad accorciare drasticamente i tempi di sperimentazione, che in media sono di sette otto anni almeno, a pochi mesi. Vero che gli stati hanno messo in campo risorse finanziarie, ma il problema della raccolta ed interpretazione dei dati, che richiede tempo, permane.

L’efficacia, in particolare, è stata valutata su campioni vasti (intorno ai quarantamila soggetti) ma con endpoint a un mese e meno di duecento soggetti positivizzati in totale tra gruppo vaccinato e controllo trattato con placebo salino. Il risultato dei “conti” che si fanno è un valore “epidemiologico” di efficacia, ma la numerosità degli infetti rispetto al totale è troppo bassa per dire che il valore trovato sia uno stimatore attendibile di quello che si vedrà in futuro, quando ci si avvicinerà al “vero” valore di efficacia su popolazioni vaste.

 

Punti di debolezza attuali

 

Molti aspetti della ricerca usuale sono stati ignorati, come la somministrazione ai minori di sedici anni, alle donne incinte o in fase di allattamento e neppure nulla si sa circa la possibile interazione con farmaci chimici o biologici.

Le approvazioni sono avvenute in regime di emergenza, perché le agenzie regolatorie hanno stabilito che i dati comunque disponibili presentavano profili di rischio inferiori rispetto alla dinamica della pandemia. Tuttavia, si tratta di un’autorizzazione provvisoria che potrà essere confermata oppure ritirata nel caso si moltiplicassero effetti avversi gravi, soprattutto nel medio-lungo periodo.

vaccino-contro-virusNel complesso, se è vero che in un mondo di suscettibili, infetti e recovered il vaccino costituisce l’arma migliore, in questo caso molti interrogativi si pongono.

In primo luogo risultano critici gli aspetti concernenti la durata dell’immunità, che è stimata, sulla base delle osservazioni degli infetti da wild virus, intorno ai sei/otto mesi. Questo significa che se tali osservazioni venissero ulteriormente confermate occorrerebbe rifare il ciclo vaccinale in un tempo inferiore all’anno.

In secondo luogo, in fase emergenziale non ci sono ancora dati osservazionali su eventuali effetti di medio-lungo periodo, questione che, sulla scorta delle esperienze precedenti in particolare con gli mRNA, potrebbe condurre ad uno stop della campagna, almeno in occidente, dove non si è optato per tecnologie produttive di tipo tradizionale.

Infine, un punto importante riguarda la produzione. Di questi giorni, la notizia circa un rallentamento dei piani vaccinali, causa rarefazione dell’offerta, al punto che in UK si vorrebbe somministrare come seconda dose un vaccino diverso rispetto a quello inoculato in prima battuta. Inoltre, vi sono le esplicite affermazioni di alcune case farmaceutiche che sottolineano come la loro capacità produttiva risulti insufficiente al fine di soddisfare tutta la domanda potenziale che si riconnette al massimo herd effect (quello che certa letteratura si ostina a chiamare immunità di gregge).

In particolare, esse spingono affinché siano approvati nuovi prodotti. Ovviamente i regolatori, a loro volta, frenano, perché hanno bisogno di dati sufficienti almeno per rilasciare un’autorizzazione provvisoria in fase emergenziale.

 

Conclusioni

 

La situazione è molto complicata e la scelta di puntare tutto sul vaccino sembra nascondere molte criticità.

Prima fra tutte la durata dell’immunità, che anche a detta delle case farmaceutiche produttrici si aggira intorno all’anno. Essa diventa rilevante poiché si somma a problemi di natura logistica che riguardano sia le risorse umane sia quelle materiali necessarie per immunizzare nel più breve tempo possibile la popolazione.

Infine, va poi rilevato che non vi sono ancora dati definitivi circa efficacia, interazioni, effetti di lungo periodo, etc. Noi stiamo qui ed osserviamo, sperando che tutto si risolva nel migliore dei modi.