Ci hanno provato per molto tempo, ma senza alcun successo. La battaglia era condotta contro i Washington Redskins, una squadra di football americano valutata oltre tre miliardi di dollari. I nativi, come rammentato, sono decenni che stavano combattendo la loro battaglia affinché quel nome venisse cambiato. Il motivo addotto assai semplice: il suo impiego aveva per i nativi connotazioni sostanzialmente razziste. Quel nome, che significa pellerossa, non andava giù ai cosiddetti “indiani” d’America ma di farlo cambiare non c’era stato verso, nonostante il supporto di personaggi politici di rilievo.

Ora la questione sembra riconducibile a una semplice domanda: se l’impiego del termine “pellerossa” abbia o no natura razzista, ma questo esula dagli obiettivi del presente articolo. Quello che ci interessa, piuttosto, è il motivo per il quale vi è stato un repentino cambio di rotta: la minaccia da parte di sponsor importanti, tra cui Pepsi Cola, di recedere dai contratti pubblicitari nel caso in cui il patron della squadra non avesse cambiato una volta per tutte quel maledetto nome.

Più dei principi, più delle lotte, più degli interessamenti di politici di razza ha potuto il business o, meglio, la minaccia di buttare all’aria tutto e non sponsorizzare più la squadra.

Come abbiamo già avuto modo di scrivere, il paradigma economico tardo-ottocentesco ha spostato il focus della teoria economica dai problemi della produzione e distribuzione al consumo, il quale, oggi, deve diventare parossistico ogni giorno di più per mantenere in piedi il sistema. Il mondo è ormai un organismo globale e interconnesso che vive una cronica crisi da domanda da decenni, dopo la riaffermazione, più che trentennale, del vecchio paradigma tardo-ottocentesco noto come marginalismo.

Qui il focus, ivi inclusa la teoria della produzione, è spostato sui consumi e sull’utilità che questi possono fornire alla massa di persone che vendono il loro lavoro come qualsiasi altra merce e con i proventi dello stesso comprano tutti ciò che sia in grado di elevare il loro livello di soddisfazione. La produzione passa in secondo piano. Anzi, la produzione non è un problema, perché avanzamento di scienza e tecnica ne migliorano le condizioni, benché il progresso tecnologico contribuisca a ridurre il numero di ore di lavoro incorporate in ciascuna unità di bene e richiede, via via, consumi sempre più sostenuti.

In quest’ottica, allora, strumenti di lotta sociale per la divisione del prodotto e la gestione della distribuzione come lo sciopero diventano armi spuntate. Lo sciopero è vero che riduce la capacità produttiva, ma in un mondo in crisi da domanda diventa al contrario una sorta di toccasana per la maggior parte delle imprese: chi non lavora, non riceve il salario.

E allora che fare? Gli sponsor dei Redskins lo hanno capito, altrimenti non sarebbero classe dominante. Basta fare leva sui consumi e prendere di mira una serie di aziende selezionate. Insomma, non comprarne più i prodotti e riducendo i correlativi conti economici a due passi dalla bancarotta.

Questa strategia, in passato, era difficile da attuare ma oggi, grazie agli sfogatoi che ci lasciano usare sulla rete, alle infrastrutture IT, etc. tutto diviene più semplice. Si colpiscono due, tre, quattro colossi dichiarandolo, poi si scende a patti con il loro management affinché faccia pressioni sui governi. Pena il totale fallimento. A chi conviene defezionare? A nessuno.

Tuttavia c’è un ma, grande come una montagna. Il paradigma mainstream scrive le funzioni di utilità da cui ricava i propri modelli di funzionamento del mercato in ragione di un assunto fondamentale: l’uomo, in media (poi ci sono anche le eccezioni, ma sono minoranze) è una bestia mai sazia che si nutre di consumo.

Egli è come un tossico in crisi di astinenza, su cui  le classi dominanti scommettono sul fatto che risulti impossibile un’operazione come quella sopra delineata, a tutto vantaggio dei meno abbienti, proprio perché l’animale è mosso dall’istinto e non dalla razionalità.

Essi ci considerano primitivi, incapaci di governare gli istinti, di organizzarci in modo da riuscire a fare le debite pressioni sugli pseudo-governi che ci guidano in un mare in perenne tempesta.

Eppure tutto sembra così semplice, alla portata di chiunque abbia un minimo di amore per sé stesso e per gli oppressi. A tale riguardo, vorrei qui ricordare che, senza averlo formalizzato in un articolo, ho fatto anni fa sul tema una serie di interviste strutturate su un campione di almeno un centinaio di individui. La maggior parte di essi considerava impossibile giungere ad un livello di autorganizzazione efficace. Una leggera minoranza pensava che la cosa potesse essere fattibile in teoria, ma poi che la maggioranza non li avrebbe seguiti.

Insomma, alla fine praticamente nessuno ha ritenuto questa forma di lotta capace di produrre debite pressioni e risultati efficaci. Le multinazionali che sponsorizzano i Redskins ci hanno messo poco a forzare la mano in tal senso e hanno ottenuto ciò che speravano. Che ci credano veramente o lo abbiano fatto per motivi di immagine poco importa, ciò che interessa è che forse non è un caso è che loro dominano la sfera economica e politica mentre noi stiamo qui solo a lamentarci.

Buono shopping a tutti!