La pandemia

Da un punto di vista strettamente etimologico, il termine pandemia ha un significato molto preciso: “tutta la popolazione” e, nel caso in specie, quella a rischio, di popolazione, appartiene all’intero globo. Epidemie e qualche sorta di pandemia nel mondo di quattro, cinque, sei secoli fa le abbiamo conosciute, con notevoli danni e decimazione di intere popolazioni.

Oggi è più facile trattarne gli effetti patologici che, come in questo caso, da un virus generano gravissime polmoniti interstiziali sorrette da spaventose risposte infiammatorie. Possiamo persino sperare che un vaccino venga messo sul mercato in breve tempo, anche se questo non sempre è possibile: dipende dalle caratteristiche dell’agente patogeno. Di converso, con la globalizzazione spinta che abbiamo e le catene del valore ormai suddivise in una molteplicità di paesi, non solo i viaggi di merci, ma anche quelli di persone si sono moltiplicati a dismisura. Complice l’esistenza di mezzi di trasporto ultraveloci e ormai economici, la continua ricerca di business in un mondo economicamente globalizzato e in cui sono prevalse forme di delocalizzazione di parti del ciclo. Tutto questo ha come logica conseguenza una facilità di contagio, in caso di epidemia, che è infinitamente superiore rispetto ai secoli passati.

Scienza e scientismo

La scienza è in odore di scientismo che annusiamo in questo ultimo periodo sui social media, i quali ci mostrano schiere di esperti che vendono dogmatismo e una gran teoria di seguaci che della scienza fanno una sorta di fede sciocca.

In realtà su questo virus non si sa molto. Si sa poco della sua velocità di contagio in condizioni di normalità (il famoso R0), si sa poco sugli effetti del clima sulla sua virulenza e capacità di sopravvivenza, si sa poco del perché in alcuni individui è asintomatico o da segni lievi, mentre in altri più severi sino a giungere a condizioni che possono portare alla morte.

Curve epidemiche e tassi di mortalità (per coorti, non quelle medie) sono assai diverse da paese a paese e poco conta il clima, la piramide della popolazione o chissà che altro. Restando alla vecchia Europa, si può dire che la Germania ha indici di mortalità molto bassi rispetto all’Italia, nonostante le percentuali di ultrasettantenni siano simili tra le due nazioni e, addirittura, forse la Germania sia stata più lasca di noi nel mettere in atto campagne di isolamento sociale. E allora dove sta il problema?

Lo smantellamento della sanità italiana

Quando di un patogeno trasmissibile non esiste cura (antibiotico, antivirale, vaccino, etc.) si deve ricorrere a metodiche epidemiologiche che non sono molto diverse da quelle narrate dal Manzoni nei Promessi Sposi. Si cerca di isolare le persone, evitare gli assembramenti e tutti quei “luoghi” della vita pubblica in cui vi sia molteplicità di contatti: si pensi, a questo riguardo, ad esempio, a una partita di calcio o al concerto di una rock star molto seguita. Nonostante questo, come si diceva più sopra, si sono viste differenze sostanziali tra il nostro paese e la Germania, soprattutto in termini di morti che, per evitare ogni obiezione statistico-epidemiologica, possiamo riferire al numero medio di decessi mensili (o settimanali) nudo e crudo. In Germania la mortalità totale si è alzata di meno di una volta la deviazione standard, in Italia di oltre quattro volte.

Vanno qui notati due aspetti che ritengo essenziali per la comprensione degli effetti dell’epidemia sull’Italia:
  1. Il tentativo di appiattimento della curva epidemica, imponendo solo in parte l’isolamento sociale, ha avuto sin da subito lo scopo di diluire i contagi nel tempo, in modo da non intasare troppo i reparti di terapia intensiva. Reparti i cui posti letto, come noto, sono calati di due terzi dagli anni Ottanta ad oggi e questo grazie alla ligia tendenza a mantenere ogni anno un avanzo primario positivo;
  2. Le difese ingenue di chi guarda solo ai valori di spesa sanitaria, assoluti o peggio in relazione al PIL (che come noto, ancora prima dell’emergenza Covid-19 non aveva raggiunto i livelli precrisi del 2008) fanno sorridere. Le quantità di strutture ospedaliere in un decennio sono calate del 17% circa, medici e infermieri sono diminuiti (al punto che alcune regioni richiamano i pensionati), infine, ricordiamo che il numero dei posti letto erano circa 311.000 nel 2007; dieci anni dopo sono passati a 225.000. Quindi chi dice che la spesa è salita, dovrebbe spiegarci perché sono diminuite le prestazioni.
  3. Come si evince dalla cronaca di metà aprile, RSA e altri istituti per anziani, occupati in percentuale sul totale di coorte soprattutto in Lombardia, sono sotto la lente di ingrandimento di polizia giudiziaria e magistratura.

Insomma, una sanità allo sbando in cui i politici colpevolizzano i tecnici e i tecnici i politici. Questi ultimi, poi, danno l’impressione di essere il tenente Drogo nel famoso libro di Buzzati. Una vita ad aspettare i tartari e quando arrivano sono sul letto di morte.

Questo osceno andamento dell’epidemia ha, ovviamente, gravi ripercussioni anche sull’economia. Come noto, non siamo d’accordo con le politiche ottocentesche della grande Germania ma, nel contempo, ci pare giusto che le azioni debbano essere efficaci, sia in termini di politica sanitaria che economica. E qui di efficace si vede ben poco.

Riassunto: Epidemie e pandemie sono sempre esistite. Oggi i mezzi a disposizione della medicina limitano la sintomatologia e le morti, ma è più facile la diffusione di un focolaio per via della globalizzazione. L’analisi dei dati mette in evidenza delle sostanziose differenze, per limitarci all’Europa, tra Italia e Germania, soprattutto in termini di mortalità da covid-19. Inoltre, detta analisi ci mostra come un grosso contributo a questo iato nella mortalità sia dovuto ai continui e drastici tagli ai servizi sanitari (posti letto, numero di strutture, organico), nonostante la spesa pubblica sia continuata ad aumentare come rilevano economisti ormai capaci esclusivamente di leggere dati iper-aggregati.