Il cambio di paradigma

Come ben noto, il superamento del cosiddetto paradigma Fordista-Taylorista-Keynesiano è avvenuto facendo il salto del gambero, ovverosia tornando indietro di un secolo. In pratica, si sono “sposate” teorie che, all’epoca, avevano condotto all’emergere di movimenti pseudo-rivoluzionari, come il nazismo, e portato il mondo dritto a una guerra mondiale sanguinosissima e, soprattutto, non priva di atrocità verso gruppi di minoranze etniche, religiose, etc.

Il nuovo, pardon vecchio, paradigma è ormai dogma religioso soprattutto in Europa, grazie alla tendenza al misticismo germanico e alla fides che accompagna l’agire del volk e dei buoni pastori che lo dirigono. Sostanzialmente, i pilastri su cui si basa l’Unionismo (e sottolineo unionismo) europeo di matrice germanica sono tre:

  1. Scarsa utilità della politica fiscale. Su questo si è perso tempo in discussioni inutili sui moltiplicatori, che sarebbero inferiori all’unità. Quindi, politica fiscale uguale a depauperamento per definizione o facendo la cernita dei soli articoli di letteratura empirica che sostengono questa tesi;
  2. Politica monetaria a senso unico. Questa viene da un banale copia e incolla dello statuto della ex Banca Centrale tedesca (ex nel senso, di quando governava la politica monetaria del suo paese) in quello della BCE. Obiettivo centrale e unico: mantenere la stabilità dei prezzi;
  3. Snellimento dello stato, soprattutto la sua possibile influenza nell’aiutare i settori economici in difficoltà;
  4. Mantenimento di un’area valutaria, che è curiosamente solo un sottoinsieme dell’Unione, fondata solo sul contenimento di parametri di finanza pubblica – che non hanno alcun razionale scientifico (rapporto debito pil e deficit pil) – e che non bada ad altri aspetti di disomogeneità con riguardo ad una serie di aspetti extra-finanziari.

Gli squilibri europei

Con riferimento al punto d), quindi, poco importa quanto sia omogenea dal punto di vista della struttura industriale l’insieme dei paesi: ci può appartenere chi esporta feta e olive e può scivolare per un soffio di vento in depressione economica e chi, al contrario, ha una serie di industrie leader mondiali che vanno dall’automotive alle acciaierie, alla farmaceutica. Unica concessione, sequestrare un po’ di debito pubblico dai mercati per immettere liquidità che non vuole nessuno e viene, sistematicamente, depositata di nuovo dalle banche sui conti della Banca Centrale Europea.

Insomma, viviamo in pieno Ottocento, con la paranoia dei saldi di bilancio, con le infrastrutture che cadono a pezzi, ma soprattutto con paesi che si fanno concorrenza fiscale tra loro, hanno costi del lavoro in rapporto uno a tre e, soprattutto, hanno strutture industriali che tendono a divergere tra loro giorno dopo giorno. Un sacco di fracasso sugli splafonamenti dai parametri di finanza pubblica, ma nessuno fiata riguardo agli enormi surplus commerciali tedeschi, anch’essi proibiti dai trattati. Insomma, che tu abbia nel tuo portafoglio nazionale Bayer o un’aziendina di cento persone come top level del farmaceutico poco importa.

L’effetto dell’epidemia

L’epidemia attualmente in corso ha “toccatto” in gangli vitali del sistema, sia dal lato dell’offerta (tanto cara ai fideisti germanici) sia dal lato della domanda. In un’economia monetaria di produzione, la chiusura di attività considerate inessenziali ha provocato l’anticipazione tanto di capitale fisso quanto di capitale circolante. Il secondo continua a diventare negativo per le aziende in lock down, perché bloccare alcuni costi fissi non è cosa che si risolve “istantaneamente”, come nei modelli ingenui che usano a sproposito e sempre il concetto di continuità matematica. Questo implica che nonostante le aziende non siano crollate fisicamente come durante un conflitto bellico, i debiti di “anticipazione” del capitale sono andati a scadenza e non vi sono ricavi che consentono di ripagarli e remunerare, così, lavoro e capitale. Tutto ciò, attraverso la funzione di spesa (il reddito corrente in questo specifico caso), ha effetti nefasti sulla domanda: diminuiscono i redditi di chi riesce a mantenere il lavoro, ovvero, peggio, aumentano i disoccupati.

Per questioni emergenziali straordinarie, che colpiscono tanto il lato della domanda quanto quello dell’offerta, ci vogliono interventi straordinari. E cominciare a pensare che il debito pubblico pre-esistente acquistato emettendo moneta ex nihilo se venisse “bruciato”, distrutto, annichilito dalla banca centrale non succederebbe nulla.

Ma qui, grazie alla caparbietà teutonica, che forse promana da qualche rivelazione giunta dritta dall’antica religione che piaceva tanto anche un secolo fa, per eventi straordinari si continueranno a usare strumenti ordinari. La BCE – bidibibodibibu – metterà a disposizione un po’ di liquidità straordinaria per gli imprenditori e le famiglie. I primi avranno tempi di restituzione più lunghi, ma rischieranno lo stesso di fallire. In primis perché la dilatazione dei tempi di restituzione è ancora una volta legata ai parametri di finanza pubblica e quando tutto è a posto ci si deve mettere a posto. E lo stato deve incassare il prestito che, da intermediario, ha fornito alle imprese. Riguardo ai secondi, e qui sta anche un altro rischio dei primi, solo una mente malata può pensare che fuori dalle banche, con quello che è successo e con il cielo nero che si vede all’orizzonte, si formerà una lunga fila di soggetti che non lavorano o lavorano in aziende malandate, per cambiare auto, casa, suppellettili e qualsiasi altra cosa.

In sintesi, questa epidemia ha messo in luce come il paradigma tardo ottocentesco era inutile e dannoso un secolo fa e continua a rimanere tale ora.

Summary: L’economia teorica e la politica economica sono tornate al paradigma tardo ottocentesco, in particolare nella vecchia Europa unionista. Ciò significa che l’efficacia della politica fiscale viene messa in discussione, mentre la politica economica ha il solo scopo, anche attraverso strumenti non convenzionali, di mantenere stabili i prezzi. Di fronte alla crisi innescata dalla pandemia globale, non si vedono all’orizzonte possibili politiche in grado di influire sia sul lato dell’offerta (aziende oberate da debiti in scadenza) sia dal lato della domanda.