Ricordo da bambino quelle trattorie dalla cucina un po’ troppo rustica che agli habitué, a lungo andare, faceva venire la gastrite. Lì non si buttava quasi niente e si riciclava tutto. Qualche spezia copriva sapori che erano spia di degradazione dell’alimento e di venerdì… polpette. Si mischiavano, tritavano e amalgamavano tutti gli avanzi della settimana. Un filo di sugo et “les jeux sont faits”, pensava l’ingordo proprietario.

Questo nascente governo somiglia molto a quelle polpettine venefiche che ammorbavano il fine settimana dei lavoratori. Dentro, ci sono pezzi della prima e della seconda fallita rivoluzione liberale, con il Brunetta delle faccine tristi o sorridenti da attribuire ai pubblici funzionari quale ministro della pubblica amministrazione, probabilmente pronto con analoga proposta; analoga nel senso di poco consistente.

E poi rappresentanti di rivoluzioni social-ordo-liberali naufragate, odiatissimi leghisti un po’ antieuropei, autarchici e razzisti (secondo la narrazione di un paio di anni fa), movimentisti a cinque stelle aggrappanti al salvagente di Russeau che vengono portati ovunque dalle onde e partitini minori di ogni sorta.

E all’istruzione, un chiaro propugnatore della scuola preistorica per riesumare il perfetto uomo di Neanderthal di stampo neoclassico, dove si anela alla formazione di alchimisti iperspecializzati e non di chimici. Dove si cerca di coniugare l’assenza di senso critico alle competenze minimali che servono in azienda.

Quella che già esiste da decenni ed ha forgiato una classe dirigente occidentale che, al contrario del mondo asiatico, è ancora alle prese con ondate epidemiche, produce ricerche secondo cui due mascherine proteggono più di una, non si pone riguardo alle campagne vaccinali problemi quali la difficoltà nel produrre lipidi con determinate caratteristiche, la breve durata dell’immunità, la difficoltà a mantenere la catena del freddo. Sempliciotti, senza spirito critico, insomma.

E in questa prospettiva, non poteva mancare la conferma del ministro della salute, responsabile politico di quanto abbiamo visto accadere. Dall’insistenza nel curare con il paracetamolo sino ad aggravamento del paziente, dall’intubazione e le conseguenze nefaste che ciò ha implicato in termini di infezioni batteriche opportunistiche, alle vere e proprie stragi accadute nelle RSA, dove si evince non esistessero procedure di contenimento del rischio adeguate e così via: l’elenco sarebbe lunghissimo.

Ma non è  finita qui. Il balletto dei dati, le app enfatizzate ma inutili, la perdita della trebisonda e della capacità di tracciare lìepidemia, l’incapacità di comprendere i limiti del calcolo del famigerato Rt con il metodo di Cori e l’assoluta insufficienza nel capire cosa sia e che significato abbia un intervallo di confidenza (oltre che di comprendere che la probabilità in un punto ha misura nulla). Insomma, un polpettone pasticciato e tossico che ci è toccato digerire, mentre ora vediamo in cucina sempre lo stesso cuoco.

Non parliamo poi della conferma di Di Maio. Politica estera nulla, ma d’altra parte ciò accade anche in Europa, dove esistono sì strutture politiche e tecniche, ma ogni paese, nazionalista fino al midollo, fa un po’ ciò che gli pare.

La soluzione Draghi, poi, appare inquietante. Dirigere un paese o dirigere una banca centrale con le regole del monetarismo tedesco (faccio operazioni di mercato aperto per cercare di mantenere la stabilità dei prezzi e sciorino quattro cifre in pubblico che ha scritto la tecnostruttura alle mie spalle) non è proprio la stessa cosa. Quello che inquieta è che Draghi pare incarnare appieno la mentalità perdente e produttrice di povertà di un marginal-monetarismo che a) aveva commesso gli stessi errori un secolo fa, portando il mondo sull’orlo del baratro; b) è rimasta l’area con i problemi economici più accentuati, dove peraltro si sono ampliati i divari distributivi sia tra paesi che dentro i paesi. Un’Europa in cui convive la concorrenza fiscale di nazioni grandi come un comune di medie dimensioni o quella salariale, con rapporti che vanno da uno a otto e conseguente fuga da un paese all’altro. Un’Europa nella quale qui si produce, si vende, ma il grosso delle imposte finiscono altrove. Draghi appare così il buon soldato pronto a eseguire gli ordini, coi partiti e partitini ammassati dietro pronti a spartirsi gloria, se arriverà ma chi scrive ne dubita fortemente, e, soprattutto, denaro. Non serve quindi uno statista, ma un esecutore testamentario o, forse meglio, un liquidatore.

Beh, non è uno scenario di buon auspicio, ma trascurando l’aspetto meramente politico-economico ve ne è uno tutto locale, definibile come psicologico-sociale, che rende la dinamica cui stiamo assistendo davvero inquietante.

In primo luogo, serpeggia sempre la voglia di uomo forte, non certo che faccia uso di cannoni e navi da guerra ma che cerchi il beneplacito degli ex colleghi europei e della finanza. Lo attendiamo tutti con ansia dal 45: altrimenti certi trasformismi partitici non si sarebbero visti. L’uomo c’è ed esegue la volontà dell’Europa a trazione teutonica. In secondo luogo, si dimentica che questa è una repubblica parlamentare e che ora le due camere sono composte quasi esclusivamente da una larga maggioranza. Ma non si tratta di un governo di unità nazionale, che non si fa in una settimana, ma di adeguamento a una volontà superiore e all’obiettivo di portare a casa il più possibile da parte dei partiti. Quando ci sarà da maneggiare i soldi di MES et similia ci sarà da ridere. Paradossalmente, a salvaguardia del dualismo opposizione-maggioranza c’è proprio un partito erede di quell’altro uomo della provvidenza, ovverosia Fratelli d’Italia. Fascisti sì, per la vulgata, ma che sembra si siano sacrificati per salvaguardare almeno le apparenze. Attenzione, chi scrive non nutre alcuna simpatia per questo partito e neppure lo ha mai votato: questo lo dico non perché si sia nel caso dell’excusatio non petita, ma perché è doveroso anticipare gli attacchi di qualche malpensante allevato in batteria.

Il mondo occidentale somiglia sempre a quei film di fantascienza in cui si vede una società in apparenza perfetta ma che, a mano a mano che si prosegue nella trama, in realtà nasconde il marcio più indigesto e nefasto. Come nel romanzo di Sartre ormai ho capito che la nausea è l’esistenza che si rivela al mondo, questa volta sotto forma di modello sociale che invece di avanzare corre indietro nel tempo.