Nel momento in cui scrivo, sono stati registrati 15.199 nuovi casi giornalieri (21 ottobre 2020), il totale dei positivi ha raggiunto quota 155.442, di cui 145.459 (93,5%) sono in isolamento domiciliare, asintomatici o con sintomi simili a quelli di un virus parainfluenzale; 926 sono in terapia intensiva (0,6% dello stock di positivi) e il 5,8% sono ospedalizzati con sintomi più consistenti. I morti, infine, sono stati 127, pari allo 0,08% dello stock di infetti. Il dato del 10 aprile, per esempio, registrava 3.951 nuovi contagi, uno stock di 98.273 positivi di cui 3.497 (3,5% in terapia intensiva); 28.242 ricoverati con sintomi importanti (28,7%); i deceduti 570, pari allo 0,58%.

Dai dati si evince, dopo un periodo di risalita dell’epidemia, che, comunque i morti in percentuale dello stock (cresciuto significativamente) sono quasi un ottavo rispetto ad aprile, i soggetti in terapia intensiva un sesto. Eppure, negli ultimi 7-10 giorni (che sono i giorni mediani di entrata in terapia intensiva e di sopravvivenza) i positivi sono cresciuti parecchio rispetto allo stesso periodo cumulato di aprile sopra considerato. Inoltre, siamo sicuri che il virus non sia mutato, perdendo forza.

Grossolano errore statistico quello di riportare i casi assoluti sullo stesso grafico per tutto il periodo considerato (da febbraio a oggi): insensato e non si capisce come l’équipe di esperti non ci sia arrivata. Cambiando i criteri di somministrazione dei tamponi e, soprattutto, numero assoluto di tamponi (cresciuto di circa 5-6 volte) e quello dei cicli di estrazione dell’rna dal materiale organico prelevato, che ora farebbe apparire positivo anche un vaso di gerani (ora arriviamo anche alle quaranta estrazioni), ovvio che i numeri non siano omogenei e non si possano considerare sullo stesso grafico. Per un novizio che studia statistica sarebbe errore da salto di almeno tre sessioni d’esame e libretto buttato dalla finestra.

La situazione sta sì peggiorando, guai a negarlo, ma non nella misura con cui sono prodotti i numeri dei contagiati giornalieri, e questo per le ragioni più sopra riportate (numero di tamponi, numero di cicli, criteri di utilizzo dei tamponi). Senza contare che Miozzo, coordinatore del comitato tecnico-scientifico, sui tamponi ha dichiarato che “vige anarchia totale e nessuno li controlla” (al riguardo si veda Miozzo: “Sui tamponi vige l’anarchia”, Huffpost, 16/10/2020).

Siamo all’isteria collettiva, che non è la mera somma di tutti coloro che sono spaventati a morte e anche se vivono soli tengono la mascherina anche quando dormono, rischiando qualche danno provocato dall’anidride carbonica e si provano la febbre trenta volte al giorno.

No, qui il problema è diverso. Questa è isteria di governo. Perché presentare numeri sui contagi che non collimano con quelli di ricoveri, terapie intensive, morti e, soprattutto, numero di virus per centimetro quadrato prelevato dovrebbe far sentire odore di manipolazione? E questo, lo ripetiamo, nonostante la crescita degli altri  numeri, desti comunque preoccupazione e senza interventi specifici potrebbe ulteriormente peggiorare.

Il motivo credo sia semplice. Alla fine, di fronte alle carenze infrastrutturali e organizzative che la scorsa primavera hanno contribuito a creare un vero disastro sanitario, nulla di concreto è stato fatto. I posti letto, ordinari e di terapia intensiva, non sono aumentati come promesso e, nel contempo, il personale continua a scarseggiare. Il governo è pieno di belle frasi ad effetto, ma in quanto a fatti siamo vicino allo zero assoluto, come nelle profondità dello spazio siderale. Stessa temperatura anche con riguardo ai protocolli terapeutici, dove tutti mettono i bastoni tra le ruote a chi vuole ottimizzare rimedi sintomatici (antivirali, antinfiammatori steroidei, etc.) perché ormai si è aperta la guerra a chi produrrà per primo il vaccino. Come se bastasse un anno per capirne sia l’efficacia (sono somministrati a soggetti sani) sia gli effetti collaterali di medio e lungo periodo. Quindi, niente di meglio che risolvere la questione usando i vecchi strumenti medievali dell’isolamento sociale, che comunque hanno funzionato.

Certo, qui vi è chi pensa che il virus faccia il turno di notte e di giorno non infetti, qualcuno usa la parola coprifuoco che evoca militari e squadracce paramilitari di un secolo fa, tutti a dibattere intorno al nulla della mascherina e alla necessità di tenerla all’aperto anche lontano miglia da altro essere umano. Insomma, una serie di provvedimenti raffazzonati che scaricano il controllo dell’epidemia sui comportamenti dei cittadini.

Con i comportamenti più laschi che si sono registrati da giugno in poi, le vacanze, il ritorno delle scuole in presenza, etc., i casi sono aumentati, ma non sicuramente come sembra far credere la curva epidemica statisticamente fallata, poiché fortemente disomogenea, dei “nuovi casi”. Basterebbe guardare le fasature, i dati mediani di ingresso in terapia intensiva e di morte, le coorti colpite, il fatto che le RSA, una volta decimate dalla Signora con la falce,  ora sono piene di asintomatici. E guardare anche al numero di ricoverati in terapia intensiva e morti in funzione dello stock di infetti come fatto qui sopra.

Questi ultimi numeri non destano ancora preoccupazione, ma se non si fa isolamento sociale potrebbero crescere notevolmente e saturare i posti disponibili negli ospedali. Tutto questo non sembra però giustificare il fatto che si debbano stirare a dismisura i numeri dei contagi, mettendo nel novero anche soggetti che per carica virale dovrebbero essere esclusi (sul punto si veda la proposta del microbiologo Rigoli).

Questo governo non vuole fare leva sulla responsabilità dei cittadini, ma cerca solo di spaventarli. E’ del tutto evidente che non siamo più negli anni Venti del secolo scorso con una piccola élite istruita. Ora il rischio è che non si creda più ai loro giochi di prestigio e la situazione degeneri. Voto al governo e ai vari comitati tecnici tre e mezzo. Senza possibilità di recupero, dato che settembre è già passato.