Se esistessero le razze umane, come quelle canine, i libri che ne parlassero ci descriverebbero i tedeschi, oltre che per le loro caratteristiche fisiche, per una serie di tratti caratteriali, quali la cocciutaggine, il perenne tentativo di controllare, oltre che di espandere, il proprio territorio di caccia e non sarebbero con tutta probabilità iscritti nei capitoli che parlano di “razze intelligenti”.

I nostri partner teutonici, in particolare, hanno due fisime enormi, che qui, nonostante chi scrive non sia d’accordo con esse, assumono in questo particolare momento storico un grottesco senso del ridicolo. La prima di esse concerne la sperticata e mistica devozione alla concorrenza (perfetta). Probabilmente resterebbero esterrefatti nello scoprire cosa avrebbe detto Smith riguardo alla concentrazione industriale che si osserva nel mondo reale. Insomma, la concorrenza esiste solo nella testa dei tedeschi e giusto perché nell’Unione con una sottile patina federalista per confondere gli allocchi hanno il sistema industriale più forte del continente.

La versione moderna delle intuizioni del filosofo Smith ci ha portato dritti alla microfondazione della macroeconomia, ovverosia alla considerazione di un sistema economico complesso come la sommatoria di mercerie, aziende del big pharma, pizzerie da asporto e aziende automobilistiche. Obiettivo prioritario la massimizzazione del profitto, senza considerare che il profitto dipende dai margini, quindi dai prezzi e dai costi, e dalle quantità vendute. Diminuisco i salari, scendono le vendite, ma a parità di prezzo sale il profitto unitario. Il risultato finale è poco prevedibile, ma la contraddizione non può certo sfuggire.

Il secondo aspetto concerne, invece, la caparbia esclusione degli aiuti di stato alle imprese. Sempre citando i fondatori del pensiero classico e l’evoluzione del loro pensiero (in fondo sono passati oltre duecento anni), la commistione tra pubblico e privato viene vista come qualcosa di pericoloso: i grand commis di stato potrebbero mal gestire un’azienda pubblica o semi-pubblica, oppure, questione ancora più rilevante, lo stato potrebbe tenere in piedi carrozzoni produttori di perdite, mentre quel denaro potrebbe essere impiegato per scopi più proficui.

Passiamo oltre. Nel blog di un famoso economista italiano prestato alla politica campeggia una frase che, grosso modo, suona così: l’economia si basa sugli scambi e lo scambio è attuato da due parti: chi vende e chi compra.

Chi vende, in genere, è un produttore professionale grande o piccolo (e qui il diritto ha complicato notevolmente le fattispecie). Chi compra un consumatore. Il primo è orientato al profitto (quindi deve tenere basso il costo del lavoro nel sistema) il secondo è orientato da una funzione di spesa che per alcuni dipende prevalente dal reddito corrente (meno guadagno meno spendo e viceversa), da altri da quella grande invenzione (ovviamente è sarcastico) che fu il reddito permanente. Ovvio che in una situazione in cui si intravvedono all’orizzonte riduzioni delle pensioni (per durata e importi), smantellamento del welfare, alta volatilità dei mercati, rendimenti del risparmio sostanzialmente nulli, disoccupazione ovvero occupazione precaria crescente, anche adottando la prospettiva del reddito permanente non è che l’entusiasmo dei consumatori si impenni, anzi, tende a deprimersi.

Ora, la nostra vecchia Europa, che come in una canzone di trent’anni fa, sta morendo con noi, e proprio in un momento in cui l’epidemia da Covid-19 ha alterato sia il lato della domanda sia quello dell’offerta. Le vendite delle auto sono calate ben oltre il 50% nei mesi della pandemia, ma BMW, che concepisce il sistema economico come una kebabberia, taglierà novemila dipendenti. E così faranno le altre imprese, incagliate nei debiti generati dai costi fissi che hanno continuato a pesare anche durante la chiusura o la riduzione dell’attività. Soprattutto, la crisi si riverbererà sui soggetti che saranno esclusi dai “mercati”: niente mercato del lavoro, niente mercato delle auto. La microfondazione, pensando che il sistema sia la mera somma degli operatori, non concepisce come uno stesso oggetto (es. il salario) abbia tendenze sull’offerta e sulla domanda, ma questo probabilmente è troppo difficile da comprendere.

Così, mentre nel normale progredire delle cose ante-pandemia si poteva discutere circa l’opportunità di rimanere aggrappati a un paradigma economico che è tornato indietro di oltre un secolo, portandosi appresso errori e incongruenze, oggi non si vedono altre alternative se non quelle di una gestione razionale di un sistema che possiamo definire economia monetaria di produzione, facendo in modo che tutti gli incagli finanziari che pesano sulle aziende vengano cartolarizzati e assorbiti dalla banca centrale, piuttosto che scaricarsi, come vorrebbero i tedeschi, sull’occupazione, fenomeno che fa correre il rischio di un avvitamento dell’economia su se stessa.

D’altra parte, come già rammentato, se il tedesco fosse una razza canina sarebbe testardo, incapace di distinguere un amico del proprietario da un ladro, territoriale, poco incline ai rapporti con altri esseri viventi e, soprattutto, con una concettualizzazione fissa, ipersemplificata e rigida della realtà.

La Germania, che domina da sempre l’Europa perché i suoi cittadini sono prevalentemente elettori di democristiani di stampo luterano,  finti verdi, finti socialisti e poco altro, sembra che voglia fare implodere tutto. Essendo il paese più industrializzato e non godendo di grandi simpatie oltreoceano, è probabile che imploderà prima lei. E a questo punto si sarà distrutto un intero continente.

Joe Di Baggio