Focus. Fase due: il rebus

Epidemia

Quando ci si trova di fronte ad una malattia epidemica la cui eziologia è riconducibile a un virus mutato e ancora sconosciuto, ci sono grossi problemi. Mentre le varie scienze studiano il virus al fine di comprenderne le caratteristiche fisiche, i meccanismi di contagio, la carica virale necessaria a essere trasmessa l’infezione e la possibilità di fare un vaccino, oltre che di usare farmaci antivirali per limitarne la pericolosità, non vi è che una cosa da fare: si agisce a livello epidemiologico.

Esiste tutta una branca della matematica che si occupa di epidemie, non solo umane o animali ma anche informatiche, per cercare di capire quali equilibri dinamici, quindi nel tempo, si formeranno. Una prima questione per scegliere il modello giusto concerne il fatto che il virus conferisca, oppure no, un’immunità permanente o, quanto meno, sufficientemente lunga.

Cerchiamo ora di tradurre il linguaggio della matematica in linguaggio comune, mostrando come in prima battuta si possa fare a meno di questa informazione (conferimento di immunità). Per semplicità, faremo finta che la malattia conferisca un minimo (temporale) di immunità e dividiamo la popolazione in immuni, o meglio recovered dato che si tratta di immunità naturale, (che hanno contratto la malattia), suscettibili (ovverosia che possono ammalarsi) ed infettivi, concetto sin troppo intuitivo per spiegarlo ulteriormente.

In un’epidemia virale sconosciuta, il numero R (nelle sue varie declinazioni, ma il valore medio si indica con R0) può definirsi come il numero di casi secondari generati da un nodo primario. Senza far ricorso a formule, anche solo qualitative, è abbastanza intuitivo che esso dipenda da tre fattori:

  1. Il numero di suscettibili in circolazione (più sono e più è facile che un infetto ne incontri uno);
  2. La durata media dell’infettività (ovverosia per quanto tempo un soggetto malato può trasmettere l’infezione);
  3. La probabilità di contatto, dipendente dal numero di contatti medi che un individuo (qualsiasi) ha quotidianamente.

Ora, la quantità sub a) è manipolabile solo mediante vaccinazione, che rende un suscettibile immune (non tutti: esiste un’efficacia vaccinale che si può misurare per via epidemiologica): ciò al momento ci è precluso. Anche la b), a quanto ne sappiamo sotto il profilo clinico, è precluso. L’unica cosa che si può fare è agire sulla probabilità di contatto.

E così hanno fatto governo, regioni, comuni. Segregazione in casa, uscita solo per motivi ben definiti, funzionamento solo di alcune attività economiche, incentivazione del telelavoro, etc. Ma così non può continuare a lungo, altrimenti si affonda il paese.

Bene, ora si passa alla fase due, ovverosia si cerca di “aprire” qualche spazio alla libertà individuale che è stata sin troppo compressa rispetto alla tutela della salute pubblica: nel senso che se mi obblighi a fare qualcosa che riduce la mia libertà, ma essa non ha supporto scientifico valido, allora è anticostituzionale, perché il bene libertà prevale sulla salute pubblica che, in questo caso essendo antiscientifico il comportamento richiesto, manco esiste.

Fase due

Sul punto in questione, ovverosia la fase due, vanno fatte alcune riflessioni, onde evitare ritorni a valori di R (in ogni declinazione) tali da far risalire con prepotenza l’epidemia. Eccoli:

  1. In primis va rammentato che le curve epidemiche sono diverse da regione a regione. Alcune di esse sono praticamente esaurite e i nuovi casi, se non proprio nulli, sono ridotti all’osso. Il trattamento deve essere allora differenziato e gli spostamenti devono continuare a restare limitati;
  2. La maggior parte dei morti registrati, che sono legati alle coorti di età, arrivano dalle strutture parasanitarie o di ospitalità per anziani. In questo caso, le indagini e le ispezioni dirette devono essere rafforzate;
  3. La correlazione che esiste tra misure di attività economica e diffusione del virus sono di tipo esponenziale e hanno metriche di bontà di adattamento assai elevate. Per prudenza va detto che correlazione non significa causa e occorre quindi procedere con cautela.

Alcune regioni critiche, come Lombardia o Piemonte, in fase di apertura abbisognano di strumenti atti a limitare la pericolosità dei contatti, che andranno a salire notevolmente se le misure prese saranno insufficienti. L’idea del runner o dell’anziano che legge, da solo, il giornale in un parco è illogica: non sono comportamenti a rischio se non si creano assembramenti. Un facile artificio retorico da parte delle istituzioni per preparare una “difesa francese” nel caso in cui le cose non funzionassero.

Vanno invece scaglionati gli orari di lavoro nelle aziende al fine di non ingombrare troppo i mezzi pubblici; detronizzate le “ore di punta”; controllate attentamente le procedure operative standard nelle fabbriche, nel terziario, nel commercio, al fine di evitare il proliferare di contatti non innocui, ma che possono causare il contagio.

Noi lo abbiamo detto per tempo. Tutto si può fare. Vediamo che succederà.

Joe di Baggio